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domenica 29 marzo 2009

Gli Igbo


Gli Igbo sono un gruppo etnico dell’Africa abbastanza esteso; vive principalmente in Nigeria, ma anche in alcune zone della Guinea e del Camerun. Il nome Igbo viene spesso detto Ibo dagli europei per una pronuncia più facilitata.

In passato si può affermare che gli Igbo fossero una civiltà parecchio sviluppata: non esisteva un re o un capo che li governava, ma un’assemblea di persone elette dal popolo stesso (una specie di democrazia tribale strutturata); avevano sviluppato ben due sistemi matematici ed utilizzavano un calendario che complessivamente contava 365 giorni.

La loro cultura iniziò ad “occidentalizzarsi” quando l’Impero Britannico prese possesso delle loro terre: la religione cambiò e diventò quella cristiana e i modelli culturali dell’Occidente iniziarono a penetrare nella cultura Igbo tradizionale.

La storia di questo popolo fu particolarmente dura nella seconda parte del 1900, quando una parte degli Igbo decise di riunirsi nella Repubblica del Biafra. Questo scatenò una violenta e sanguinaria guerra civile che provocò la morte di centinaia di indigeni. La guerra si concluse nel 1970, con la sconfitta degli indigeni.

Gli uomini sono tradizionalmente poligami, mentre le donne devono essere sempre fedeli al proprio marito. Secondo la tradizione igbo esistono due tipi di anima: uno spirito eterno superiore a tutto e una forza vitale che cessa di esistere alla morte del corpo. Il dio supremo dell’antica religione si chiama Chukwu, che tradotto significa “grande spirito”.

La lingua parlata da questo popolo è l’igbo. Prima dell’arrivo degli europei i dialetti che venivano parlati erano numerosi e quasi incomprensibili. Molto utilizzati sono i proverbi e le metafore.

La musica è una parte molto importante della cultura degli Igbo; un tamburo spesso utilizzato è l’Udu, solitamente realizzato in argilla, suonato dalle donne durante i riti e le cerimonie tradizionali.

Un libro ambientato in Nigeria parla proprio di questo popolo: Things Fall Apart dello scrittore Chinua Achebe.

domenica 22 marzo 2009

Gli Zulu

Gli Zulu sono un popolo africano che vive principalmente nel Sudafrica, dove compongono il gruppo etnico più numeroso. Il loro nome significa “gente del cielo”.

Sono un popolo molto semplice e incline al sorriso, ma anche orgogliosi e a volte testardi. Gli Zulu che vivono ancora nei villaggi sopravvivono grazie all’agricoltura oppure vendendo articoli manifatturieri ai turisti.

L’abbigliamento degli uomini si compone di cuoio, mentre quello delle donne è fatto di perline. Solitamente non vengono utilizzate scarpe.

La lingua degli Zulu è l’isiZulu, una lingua bantu, agglutinante. Questo popolo parla generalmente anche un po’ di inglese e di Afrikaans. Dopo la fine dell’apartheid l’isiZulu è stata inserita tra le undici lingue ufficiali dello stato del Sudafrica.

Le donne zulu hanno una condizione di vita sicuramente migliore nelle aree urbane piuttosto che nella aree rurali. In queste ultime devono raccogliere la legna per il fuoco, fare il bucato, cucinare, trovare l’acqua, prendersi cura degli anziani della comunità e soprattutto fare un numero elevato di figli.

A capo della società si trova il leader, che ha un duplice ruolo: quello di capo all’interno della comunità e quello di voce per il suo popolo a livello internazionale.

La religione in cui credono gli Zulu vede un dio creatore al di sopra di tutto e di tutti. E’ possibile invocarlo attraverso l’aiuto degli antenati, che vengono in qualche modo divinizzati. Il concetto di morte si ritiene possa derivare da qualche atto cattivo compiuto dalla persona, il concetto di disgrazia non è contemplato.

Una delle forme d’arte in cui il popolo zulu ha raggiunto il massimo apice è la musica, altamente espressiva. La musica è solitamente accompagnata dalle danze tradizionali.

La cerimonia più importante del popolo zulu è la Giornata del Patrimonio, durante la quale si celebra Shaka, il creatore della nazione zulu nonché uno dei suoi più potenti e ricordati re.

Il popolo zulu visse un momento particolarmente infelice della sua storia durante il regime dell’apartheid, quando venne considerato inferiore agli altri cittadini sudafricani. Venne addirittura creato uno Stato apposta per loro, il KwaZulu, affinché venissero separati dai sudafricani. Oggi, fortunatamente, agli Zulu sono riconosciuti gli stessi diritti e i medesimi doveri dei loro connazionali.

venerdì 20 marzo 2009

I Berberi

I berberi sono gli abitanti autoctoni non arabi del Nordafrica. Il nome deriva dall’arabo barbar, parola che riprende il termine romano “barbaro”. Loro si definiscono semplicemente come “amazigh”, che tradotto significa “uomo libero”.

Si pensa che i Berberi siano tra gli abitanti più antichi del continente africano. Oggi vivono principalmente nel Maghreb, in zone sparse tra la Tunisia, il Marocco e l’Algeria.

Le lingue berbere sono sostanzialmente di tipo orale e fanno parte della famiglia linguistica afroasiatica. Questa lingua venne repressa nel corso degli anni dai Paesi arabi che volevano espandere la loro “arabizzazione” ai popoli che non lo erano ancora. Oggi vi sono dei gruppi che parlano solo ed esclusivamente il berbero mentre altri hanno deciso di usare il berbero come lingua nazionale, e l’arabo come la lingua destinata alla cultura.

La scrittura berbera, risalente a migliaia di anni fa, viene praticata ancora oggi solamente dai Tuareg. Non esiste una vera e propria letteratura berbera, poiché essa è quasi esclusivamente orale. Gli argomenti trattati più spesso riguardano le tradizioni popolari.

La religione berbera è quella musulmana, anche se i riti religiosi sono meno ortodossi di quelli degli arabi. Nella religione sono presenti diversi tratti animistici che sono rimasti impressi nella cultura berbera anche dopo l’islamizzazione.

I Berberi si abbigliano con il burnus, un mantello di lana fornito anche di cappuccio. Anche in questo caso i Tuareg si differenziano, utilizzando un velo che lascia scoperti solo gli occhi.

martedì 10 marzo 2009

I Boscimani

Il popolo di cui parliamo oggi è quello dei San, o meglio, dei Boscimani, come preferiscono farsi chiamare. E’ un popolo che vive nelle zone tra il Botswana, la Namibia e il Sudafica, nel deserto del Kalahari. Un tempo erano una popolazione assai numerosa, oggi ridotta a poche migliaia di individui.

Secondo quanto affermato dagli studiosi, i Boscimani abitano l’Africa meridionale da più di 20.000 anni; insieme ai Pigmei sono considerati gli abitanti più antichi del continente, se non addirittura di tutta la Terra.

Le caratteristiche fisiche dei Boscimani sono: una statura molto bassa, la magrezza per gli uomini, mentre un peso più consistente per le donne, che vivono quasi sempre nude; hanno sopracciglia folte, occhi a mandorla e zigomi alti. I capelli sono neri, corti e arricciati.

Sono un popolo nomade: viaggiano per trovare zone in cui il cibo sia abbondante e dove ci siano delle riserve d’acqua; per questo motivo si definiscono “coloro che seguono la luce”. Una volta trovato cibo sufficiente, costruiscono delle capanne provvisorie dividendosi in gruppi di circa trenta persone.

I giovani Boscimani quando raggiungono la pubertà, siano essi maschi o femmine, vengono segregati in luoghi solitari dove viene insegnato loro tutto quello che hanno bisogno di sapere per poter entrare nel mondo degli adulti, e vengono sottoposti a delle cerimonie di iniziazione.

Gli uomini boscimani vengono considerati dei cacciatori-raccoglitori, molto abili nella caccia in cui eccellono grazie alla loro tecnica delle frecce a punta staccabile, avvelenate con un composto naturale che provoca la morte immediata dell’animale colpito. Oltre che all’arco e alle frecce utilizzano anche lance, tagliole, giavellotti e il bastone da scavo. Delle prede che vengono abbattute i Boscimani non sprecano nulla: la vescica ad esempio viene usata come contenitore mentre l’intestino è usato come corda.

Il ruolo della donna consiste nella raccolta dei frutti, delle piante e delle radici che cucinano in diversi modi e che costituiscono la dieta base dei Boscimani e nel trovare l’acqua. Le donne hanno una conoscenza molto approfondita delle piante, del loro valore nutritivo, delle proprietà medicinali e della possibilità di utilizzarle come veleno o come cosmetico.

I Boscimani vivono in gruppi e solitamente vivono nei rifugi naturali, come possono essere i crepacci delle rocce. Alla base dell’organizzazione sociale c’è la famiglia; di solito sono monogami, ma in alcuni casi particolari un uomo può avere due donne. Ogni famiglia ha un proprio territorio di caccia nell’ambito di quello più vasto, ma sempre definito rigorosamente. Ci sono ferree regole di comportamento nella società boscimana: situazioni come rapporti prematrimoniali, adulterio oppure incesto sono punite con la pena di morte.

La lingua dei Boscimani è unica al mondo appartiene alla famiglia khoisan; ogni gruppo ha la sua lingua, ma tutte sono accumunate da suoni simili a schiocchi.

La religione dei Boscimani prevede che la sepoltura debba avvenire depositando i cadaveri nel luogo prescelto in posizione fetale; insieme al corpo vengono seppellite anche tutti i suoi effetti personali. Dopo una morte il gruppo si sposta sempre dal precedente accampamento, poiché i Boscimani temono gli spiriti dei morti. Prima di cacciare praticano dei riti propiziatori affinché possano trovare del cibo per sfamare sé stessi e le proprie famiglie.

Oggi i Boscimani non seguono quasi più la cultura tradizionale, perché molti sono stati costretti a lasciare i propri territori per vivere in riserve. Chiedono comunque di non essere rimossi dalla terra dei loro antenati, poiché sostengono che il governo stia tentando di distruggere la loro cultura mediante una sedentarizzazione forzata.

sabato 28 febbraio 2009

I Pigmei

In gran parte dell’Africa equatoriale vive uno dei popoli indigeni ancora poco contaminato dalla cultura Occidentale: i Pigmei. Sono da considerarsi, con i Boscimani, tra i primi occupatori umani del suolo africano. Sono presenti nella Repubblica del Congo, in Uganda, in Camerun, in Gabon, nella Repubblica Centroafricana e in Ruanda.

Descritti con il nome di Pigmei dagli scienziati, i componenti di questo gruppo umano sono dei pigmei nel vero e proprio senso della parola, a causa delle dimensioni del corpo: un pigmeo adulto non è spesso superiore a uno dei nostri bambini di sei anni. Il nome “pigmeo”, infatti, deriva da una parola greca che significa “alto un cubito”. Nonostante la loro piccolezza sono un popolo molto robusto, che vive ancora oggi di una vita selvaggia.

Le loro caratteristiche fisiche presentano capelli crespi e un colore della pelle rossastro, con labbra sottili e un naso particolarmente largo e schiacciato.

Sono un popolo di cacciatori-raccoglitori. Il compito degli uomini è quello di cacciare con arco e frecce avvelenate, l’arma tipica di questo popolo, anche se vengono usati pure arponi, lance e clave; il compito delle donne è quello di dedicarsi alla pesca, alla raccolta di bacche e radici e alla cottura del cibo. Hanno una straordinaria conoscenza della natura e dell’ambiente in cui abitano: conoscono, ad esempio, le piante curative e quelle contenenti veleno.

L’organizzazione sociale si fonda sul raggruppamento di alcune famiglie sotto l’autorità di un capo. Diversi raggruppamenti costituiscono il clan, che spazia su un determinato territorio di foresta. I matrimoni tra Pigmei sono di natura esogamica: questo significa che se un uomo vuole sposare la ragazza di un altro clan, è tenuto a dare in cambio all’altro gruppo una ragazza appartenente al suo gruppo.

I Pigmei conducono una vita semi-nomade: per questo motivo costruiscono degli accampamenti di carattere temporaneo costituiti da capanne disposte in cerchio. Le abitazioni hanno il tetto a cupola e sono fatte con rami d’albero intrecciati tra di loro e ricoperti di foglie.

La religione è politeista, incentrata sulla credenza negli spiriti. Credono che dopo la morte, l’anima del defunto trasmigri nel corpo di un elefante. Il dio principale è Kvum, il creatore e il signore di tutte le cose. Secondo la leggenda fu proprio questa entità a creare l’uomo e la donna, soffiando in una noce di cola. Secondo le loro credenze, l’arcobaleno è una manifestazione visibile di questo Essere supremo.

La situazione odierna del popolo pigmeo non è delle migliori: sono circa 250.000, ma a causa della deforestazione sono costretti a cambiare il loro habitat naturale, e questo porta ad un numero sempre più crescente di decessi.

martedì 17 febbraio 2009

I Masai


I Masai sono una popolazione che vive nell’Africa orientale, tra il Kenia meridionale e la Tanzania. Sono una popolazione abbastanza bellicosa,molto avanzata nella costruzione di armi, tra cui scudi di cuoio, lance lunghe, spade corte.


Le loro caratteristiche fisiche sono l’elevata altezza e un bell’aspetto; si vestono con colori sgargianti e utilizzano parecchi monili, fatti a mano dalle donne della comunità


L’occupazione principale è quella della pastorizia, anche se oggi si stanno sviluppando forme di agricoltura in seguito alla fine del nomadismo. La loro abilità consiste nel sopravvivere all’ambiente poco ospitale della Rift Valley: spostandosi anche per diversi chilometri al giorno riescono a trovare pascoli e sorgenti d’acqua per i loro animali. Nella comunità dei Masai, l’importanza di un uomo è determinata soprattutto da quanto grande è la sua mandria. Una persona di alto livello possiede all’incirca mille animali.


La struttura sociale maschile è organizzata in classi di età molto rigide: ci sono i bambini, che diventano parte della comunità quando viene dato loro un nome; ci sono i ragazzi, che devono essere sottoposti al rito della circoncisione per poter diventare dei guerrieri; ci sono i guerrieri; infine ci sono gli anziani, che sono a capo di tutta la comunità. Si esprimono su fatti di tipo legale e sulla gestione degli affari del villaggio. Decidono quando formare un nuovo gruppo di iniziazione e educano i bambini alla disciplina e al rispetto. Per poter passare da un ruolo ad un altro è necessaria una rigida preparazione e l’esecuzione di particolari riti. I Masai cambiano nome ad ogni passaggio nelle varie fasi della vita.


Per quanto riguarda le donne, invece, non sono quasi mai libere di scegliere il proprio marito: il matrimonio viene infatti deciso dal padre ancora prima della loro nascita; l’uomo che diventerà il marito dovrà avere una quantità di bestiame tale da poter pagare il prezzo fissato dal padre della sposa. Inoltre, per poter essere prese in sposa, devono affrontare la mutilazione genitale, anche se vietata dalla legge. A differenza dell’uomo, che può sposare più di una donna, questa potrà avere un solo marito, a cui dovrà essere fedele per tutta la vita. Non hanno diritto nemmeno all’eredità del marito morto, poiché questa viene lasciata interamente agli eredi maschi.


La religione masai è di tipo monoteista: il loro dio è Enkai, una realtà complessa non sempre facile da interpretare. Esso può presentarsi sotto forma del dio rosso, di carattere cattivo, che porta il periodo della siccità, oppure sotto forma del dio nero, di carattere buono, che porta invece il periodo delle piogge. Oggi, però, la maggior parte di questo popolo è diventata cristiana in seguito all’opera di evangelizzazione dei missionari.


Le abitazioni sono chiamate enkang: ce n’è una per il capofamiglia, una per la prima moglie, una per la seconda moglie e infine quelle per i bambini, che dall’età di cinque anni iniziano a dormire da soli. Queste abitazioni sono tradizionalmente costruite dalle donne con rami ed erba intrecciati e rivestiti di letame. Il perimetro della casa è circondato da rami spinosi per proteggere gli abitanti e gli animali da attacchi di predatori esterni.